21 settembre 2018

Bio

Sono nata a Rimini il 13 febbraio 1984, da madre inglese e padre umbro. Durante il liceo scientifico ho partecipato al programma di scambio culturale e sono finita per un anno a Las Vegas, USA. Durante il liceo ho trascorso alcune delle mie estati come commessa spolverando ventagli sul lungomare riminese o come ragazza alla pari in Francia. Mi sono trasferita a Roma per studiare Scienze Politiche alla LUISS. Dopo l’Erasmus a Sciences-po a Parigi ho cominciato a lavorare all’Associazione Luca Coscioni, e non l’ho più abbandonata. Durante l'estate 2007 ho lavorato al Parlamento europeo a Bruxelles, presso gli uffici di Cappato e Pannella. Mi sono laureata con 110 e lode alla triennale con una tesi sulle quote rosa e alla specialistica in Amministrazione Pubblica, sempre con 110 e lode e sempre alla LUISS, con una tesi sulla partitocrazia. Durante gli anni dell'università sono stata rappresentante al consiglio di facoltà di Scienze Politiche, responsabile dell’informazione di Radio Luiss e caporedattrice del giornale universitario. Nel 2008 mi sono candidata a Segretario dei Giovani Democratici: una campagna elettorale in cui mi sono battuta per la certezza delle regole e la democrazia interna, a quel tempo assenti nella sezione giovanile del partito. Mi sono piazzata seconda, ma aspetto ancora i dati ufficiali, che non sono mai arrivati :) Sono stata membro di giunta di Radicali Italiani e Presidente degli Studenti Luca Coscioni. Dal dicembre 2008 al giugno 2009 ho condotto “Punto G” su Red tv, per poi passare alla conduzione di Generazione Zero, lo spazio di Annozero dedicato ai giovani. Sono stata la responsabile italiana di Avaaz, una delle comunità di mobilitazione on-line più grandi al mondo. In Italia abbiamo portato avanti battaglie per la libertà di informazione e della rete, contro la corruzione e per introdurre la legge sulla tortura. Ho seguito Michele Santoro nell'avventura di Servizio Pubblico, esperimento unico in Europa di un programma senza rete. Poi il passaggio a La7. Dal 2014 ho condotto "Announo", primo talk show di informazione che ha messo al centro dello studio i giovani. Fra le puntate di cui sono più fiera ci sono quella sulla legalizzazione delle droghe e quella di denuncia delle condizioni degli allevamenti intensivi in Italia. Nel 2017 è andato in onda su Raidue il mio programma tv "Animali come noi", che denuncia come produciamo la carne e il formaggio negli allevamenti intensivi e nei macelli italiani. Ho voluto mostrare agli italiani il costo del loro piatto in termini di sofferenza degli animali, del pericolo della salubrità del prodotto e delle conseguenze ambientali. Non è mai andato in onda un programma simile in tv e ne sono molto orgogliosa! Dopo aver diretto la testata online Giornalettismo sono passata a Le Iene, dove dirigo il sito Iene.it e dove porto avanti le inchieste che ho a cuore indossando i panni da Iena. La prima è quella sulla mattanza dei cani in Cina, a Yulin: 40 minuti di reportage con immagini esclusive andate in onda in prima serata.Ho scritto quattro libri: "Meglio fottere, che farsi comandare da questi";
il libro-intervista a Margherita Hack, "La stella più lontana";
"Tritacarne", libro denuncia sugli allevamenti intensivi e i macelli italiani, dopo quattro ristampe disponibile in edizione economica per i Best Bur della Rizzoli e finalista di due premi letterari: quello per la saggistica "Caccuri" e il "Premio Estense";
"Vacci-nazione", libro inchiesta sulla legge sui dieci vaccini obbligatori e sui conflitti di interessi di chi decide ai vertici della sanità.


6 dicembre 2017

Dal 7 dicembre nelle librerie il mio libro inchiesta VACCI-NAZIONE



Dal 7 dicembre nelle librerie e su Amazon

«8 luglio 2017, 15.000 persone a Pesaro: militanti del movimento NO–VAX, ma anche famiglie con bambini, medici e semplici cittadini, tutti lì a manifestare contro il decreto in discussione in Parlamento. Mi aspetto che una partecipazione così massiccia finisca sulle prime pagine di tutti i quotidiani e in apertura di tutti i tg. Invece nulla. Silenzio. Perché tutta questa reticenza? Decido di indagare. La mia inchiesta parte da qui. Ma questa storia in realtà comincia nel 2014…» È la voce della stessa autrice che ci riporta all’anno durante il quale l’Italia è diventata la nazione capofila a livello mondiale delle strategie vaccinali. Per quale motivo si è passati da 4 a 10 vaccini obbligatori, quando metà dei Paesi europei non ne ha nemmeno uno? Lo si è fatto sulla base di una vera emergenza? Quali sono i dati medici ufficiali sulle reazioni avverse? Perché il ministro della Salute Beatrice Lorenzin nega l’esistenza dei danneggiati da vaccino, quando il suo stesso ministero eroga più di 600 indennizzi? Le autorità che hanno adottato il piano vaccinale erano davvero completamente libere da conflitti d’interesse? In un’inchiesta scottante sulla notizia che ha occupato le cronache durante l’ultima estate e di cui si discuterà ancora di più nei prossimi mesi, usando come fonti soltanto documenti ufficiali e le riviste scientifiche più autorevoli, Giulia Innocenzi affianca medici, scienziati, politici, giuristi e semplici padri e madri di famiglia per cercare di dare risposte attendibili e serie a questi e a tanti altri quesiti. Perché è sempre il momento giusto per porsi delle domande sulla nostra salute e su quella dei nostri figli, ed è obbligatorio scavare sotto la superficie della notizia senza pregiudizi. E perché solo una maggiore consapevolezza può garantire la libertà delle nostre scelte. E il nostro futuro.


Vacci-Nazione primo nella classifica dei libri più venduti delle ultime 24 ore!

VACCI-NAZIONE esce domani, su Amazon risulta ancora non disponibile (anche se già acquistabile) ed è schizzato PRIMO IN CLASSIFICA NEI LIBRI PIU' VENDUTI NELLE ULTIME 24 ORE! Posso solo dirvi GRAZIE!!!!!!
P.S. Ma quelle 10 recensioni sono ad opera di veggenti che hanno letto il libro nel futuro??? Ahahahahahahahahah


5 dicembre 2017

Come preannunciato, ecco il primo schizzetto su Vacci-nazione

Proviene dal sito della rivista Wired, dove un giornalista ha scritto una recensione al mio nuovo libro Vacci-nazione. Non riuscendo a smontare il mio lavoro, perché è solido, usa un'altra tecnica: insinua. Non appena ho letto l'articolo ho contattato lui e il suo direttore su Twitter, e mi hanno gentilmente dato l'indirizzo email a cui mandare la richiesta di rettifica, che vi incollo sotto. Sono passate 24 ore e non mi hanno ancora risposto. Per difendermi, quindi, rendo quindi pubblica la lettera, che il mio avvocato provvederà a inoltrare nuovamente con richiesta di rettifica. Va bene tutto: dite che il mio libro non vi piace, che è scritto con i piedi, che non siete d'accordo con quello che sostengo. TUTTO. Ma non che do spazio alle bufale sui vaccini, lasciando intendere che le promuova, quando è vero l'esatto contrario. E' un gioco subdolo, ma soprattutto veramente poco serio per chi fa questo mestiere. P.S. Avrei evitato tutto questo, se solo dalla redazione mi avessero risposto. L'articolo è online dalla mattina di ieri, ed è già diventato strumento di hater contro la serietà che metto nel mio lavoro. Non lo posso accettare
Gentile direttore, 
Ti scrivo in seguito alla lettura della recensione al mio libro "Vacci-nazione" dal titolo "I problemi del libro di Giulia Innocenzi sui vaccini". Nella recensione, a firma di di Riccardo Saporiti, ci sono frasi fuorvianti che chiedo di rettificare. Ogni critica è legittima, ed ero ben consapevole che ne avrei ricevute quando ho scelto di dedicarmi all'indagine sulla legge sui dieci vaccini obbligatori. Ben venga il dibattito, quindi, che purtroppo durante l'adozione della legge non c'è stato. Ma non posso accettare che si insinui che nel mio libro ci siano "cose che non quadrano dal punto di vista scientifico", come ha scritto il giornalista nel suo tweet, ma che lascia solo intendere nel suo articolo. Così non è, visto che ho utilizzato soltanto documentazioni scientifiche di organismi come l'Organizzazione mondiale della sanità o il ministero della Salute e di riviste scientifiche attendibili, e ho intervistato scienziati del calibro di Silvio Garattini dell'Istituto Mario Negri e Tom Jefferson della Cochrane Vaccines Field. 
Innanzitutto il sottotitolo: "La direttrice di Giornalettismo ha dedicato un libro ai vaccini. Nel testo c’è spazio per tante bufale, smentite dalla comunità scientifica, ma care alla propaganda NoVax". Certo, nel mio libro do spazio anche alle bufale. Come quella rimbalzata in diversi gruppi WhatsApp dei novax sulla povera Sofia, la bimba morta di malaria, che alcuni avevano provato a insinuare fosse morta in seguito a vaccinazione. Lo racconto, vero. Come racconto anche di uno dei testi "scientifici" cari a molti novax, e cioè lo studio di Montanari e Gatti sulle nanoparticelle di metalli pesanti trovate nei vaccini, che però di scientifico non ha niente, perché pubblicato in una rivista definita dagli esperti "predatoria", che pubblica cioè qualsiasi cosa. Scrivere che nel mio libro "c’è spazio per tante bufale, smentite dalla comunità scientifica, ma care alla propaganda NoVax", è fuorviante, perché non spiega al lettore che le bufale vengono raccontate in quanto tali, con tanto di smentita dal punto di vista scientifico. Ho creato un capitolo apposta che si chiama "Le paure dei free vax", dove do conto di alcune delle loro ritrosie nei confronti dei vaccini e ne spiego la genesi e scientificità! Dare spazio alle bufale per smentirle come ho fatto io è un conto, dare credito alle bufale è un altro. Per lo stesso motivo chiedo di rettificare la frase "tra aperture di credito ad alcune delle bufale più diffuse". Sempre dallo stesso capitolo, il giornalista attinge al racconto di un'altra delle paure dei free vax, questa volta più di matrice cattolica in realtà, che vorrebbe che nei vaccini ci siano "feti abortiti". Nel libro spiego la genesi di questa bufala. Ma il giornalista conclude comunque il paragrafo con la frase: "Quindi no, nei vaccini non ci sono cellule fetali.", come a smentire un'affermazione riscontrabile nel mio libro. Così non è, e chiedo quindi una rettifica. Forse per un eccesso di zelo, il giornalista a un certo punto rimarca quello che vorrebbe far credere essere un errore dell'autrice: "Quello che sfugge, però, è un elemento fondamentale. Il decreto Lorenzin, la legge che ha dato lo spunto per la scrittura di questo libro, non parla di vaccini antinfluenzali.". Da dove attinge il giornalista per affermare che mi "sfuggirebbe" che il vaccino antinfluenzale non è presente nel decreto Lorenzin? Forse deve essere sfuggito al giornalista, invece, che racconto del vaccino antinfluenzale nel capitolo intitolato "le case farmaceutiche", con riferimento alla pandemia, che poi tale è risultata non essere, del 2009. Quindi ben otto anni prima del decreto Lorenzin. Per questo chiedo di rettificare la frase. Infine, quando il giornalista parla "della cosiddetta Sindrome autoimmune indotta dagli adiuvanti" citata nel mio libro, introduce la critica alla "patologia che sarebbe stata scoperta da Yehuda Shoenfeld" con la frase: "Peccato che le cose non stiano esattamente così". "Così" come, mi viene da chiedere? E' il giornalista stesso a scrivere che "la stessa Innocenzi cita le critiche che vengono rivolte a questa scoperta". Mi permetto di specificare che non solo "cito", ma che introduco questa ricerca scrivendo che "ha fatto molto discutere", e che "dalla sua pubblicazione oltre ottanta studi hanno discusso la nuova sindrome proposta da Shoenfeld". Mi addentro poi nella lista delle critiche. Il giornalista rimarca che "intanto, però, nelle sue pagine trova spazio uno dei nuovi argomenti della propaganda NoVax". Certo che la ricerca dello scienziato Shoenfeld trova spazio nel mio libro, come in tantissime riviste scientifiche, ma sempre citando le critiche alla stessa e sempre nel capitolo intitolato "Le paure dei free vax" quando parlo dei metalli pesanti! Chiedo quindi di rettificare la frase sopracitata. Peccato inoltre che il giornalista non citi nulla del capitolo sui conflitti di interesse di chi ha adottato il piano vaccinale, a mio sindacabile giudizio il più interessante dal punto di vista giornalistico, ma certo, sono di parte. 
Tutto il resto rientra nel campo delle critiche legittime. Se per il giornalista è di poco conto che la stessa Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato a fine 2015 abbia scritto nel suo rapporto che l'indisponibilità dei vaccini monocomponenti, cioè quelli che coprono da una sola malattia, dipende "da strategie abusive volte a sfruttare i più alti livelli di prezzi attribuiti a prodotti plurivalenti contenenti un numero maggiore di vaccini", è una sua personale e lecita opinione, che diverge però dalla mia. Ben venga anche il fatto che voglia far passare come una boutade la proposta di chiedere allo Stabilimento chimico farmaceutico militare di produrre i vaccini monocomponenti, emersa durante il dibattito in Senato. Qualcuno però dovrà produrli questi vaccini, visto che è previsto per legge, e la proposta cui ho fatto riferimento è stata ritenuta fattibile da scienziati del calibro di Tom Jefferson, della Cochrane Vaccines Field. 
Infine, bollare come "sentimentalismo" la sofferenza che ho provato conoscendo alcune famiglie di danneggiati da vaccino e proporre una sorta di contabilità dei lutti facendo un confronto con il dolore di chi è stato toccato dalla morte per morbillo, mi pare davvero di cattivo gusto, e soprattutto non appartiene al mio modo di lavorare, e di vivere. 
Cordiali saluti, 
Giulia Innocenzi


3 settembre 2017

TRITACARNE in libreria: da settembre per i Best BUR Rizzoli e finalista in due premi letterari!

Dopo un anno e mezzo di lavoro e un'estate chiusa in casa a scrivere, è arrivato: è in tutte le librerie "TRITACARNE", il mio libro denuncia sugli allevamenti intensivi edito da Rizzoli! E siamo già alla quarta ristampa dopo neanche due mesi dall'uscita, e da settembre sarà a disposizione l'edizione economica per i Best Bur della Rizzoli. Il libro è finalista in due premi letterari: quello per la saggistica "Caccuri" e il "Premio Estense".
Incursioni notturne, infiltrati negli allevamenti, rivelazioni shock dei veterinari, mostrano che la carne e il formaggio made in Italy non sono così di eccellenza come ci raccontano. Un viaggio che mi ha profondamente cambiata e che spero possa aprire gli occhi a molti.
Ma ho bisogno del vostro aiuto: perché "Tritacarne" possa creare un cambiamento reale, sia dal lato dei consumi che da quello dell'industria, deve essere letto da più persone possibili. Mi aiutate a fare il passaparola?
Da parte mia passerò ogni momento libero a presentare il libro in giro per l'Italia! 
Disponibile anche su Amazon :)

Qui le date man mano che vengono confermate:

Roma - 20 ottobre alle 18, alla Feltrinelli di Galleria Alberto Sordi. Insieme a me lo chef Gianfranco Vissani.
Brescia - 21 ottobre alle 18, a Capre e cavoli, via Moretto 61/d. Insieme a me Claudio Cominardi, parlamentare M5S.
Bassano del Grappa - 28 ottobre alle 20.45, a "Incontri senza censure" alla Bassanese, Galleria Corona d'Italia 41.
Padova - 29 ottobre alle 11, all'apertura ufficiale di "Vegan days" a Padova fiere, via N. Tommaseo 59. 
Bologna - 29 ottobre alle 20.30, a "Menti non umane" a Portici hotel, via Indipendenza 69, con Stefano Liberti e Simone Montuschi.
Padova - 19 novembre alle 11, al liceo Amedeo di Savoia Duca D'Aosta, incontro riservato agli studenti delle scuole secondarie di secondo grado di Padova.
Padova - 19 novembre alle 17.30, alla sala verde del Caffè Pedrocchi, organizzato dall'Assessorato alle politiche giovanili del comune di Padova. Qui l'evento Facebook.
Pordenone - 19 novembre alle 21.
Udine - 20 novembre alle 11 alla Feltrinelli.
Cormons - 20 novembre 17, Cormons libri.
Roma - 25 novembre alle 16.30, al ristorante Romeow cat bistrot, incontro gratuito con consumazione obbligatoria.
Castro (Lecce) - 26 novembre alle 18.30, al Castello Aragonese, piazza Perotti.
Brindisi - 26 novembre alle 19, al Palazzo Granefei Nervegna per la rassegna "ilSegnalibro - punto di lettura"
Ravenna - 10 dicembre alle 21, al Palazzo dei Congressi, largo Firenze 1, per Law and Food Safety, II Congresso interdisciplinare sulla sicurezza alimentare
Velletri - 18 dicembre alle 18, al Mondadori Bookstore, via Pia 9
Reggio Emilia - 13 gennaio alle 21, al cinema Rosebud, via Medaglie d'Oro della Resistenza 6. A seguire Cowspiracy
Rimini - 15 gennaio alle 20, al cinema Settebello, via Roma 70, all'interno del festival Civiltà e natura. A seguire Cowspiracy
Roma - 28 gennaio alle 17.30, alla libreria Pagina 348, viale Cesare Pavese 348
Rovigo - 4 febbraio alle 21 alla Fondazione Aida, sala civica G. Matteotti di Fratta Polesine, sede del municipio
Ferrara - 5 febbraio alle 18, alla libreria Ibs + Libraccio, piazza Trento e Trieste, palazzo San Crispino. 
Ferrara - 5 febbraio alle 20, aperitivo al Green food, via Contrada della rosa 12.
Pistoia - 11 febbraio alle 17.30, confronto con Giuseppe Cruciani "A qualcuno piace carne", Pistoia nursery campus
Roma - 12 febbraio alle 15, al Veggie planet, Spazio eventi Tirso, via Tirso 14
Frosinone - 12 febbraio alle 18.30, alla libreria Ubik, via Aldo Moro 150
Torino - 3 marzo alle 21, al Circolo dei lettori con Leonardo Caffo
Serralunga d'Alba (Cuneo) - 4 marzo alle 18.30, alla Fondazione Mirafiore
Milano - 29 marzo alle 18.30, al teatro Elf, via S.G. Emiliani 1
Roma - 30 marzo alle 17
Perugia - 9 aprile alle 18, al Festival internazionale del giornalismo, "Perché ciò che mangiamo può salvare la nostra vita. E il nostro mondo", con Giuseppe Cruciani.
Trieste - 23 aprile alle 16, con Andrea Segrè e Carlotta Mannu, a Link - Premio Luchetta incontra, 
Bologna - 24 aprile alle 18, con Philip Lymbery che presenterà il suo nuovo libro "Dead zone", a palazzo d'Accursio in piazza Maggiore 6.
Roma - 3 maggio alle 15.30, al Luiss language café, stanza 312 viale Romania 32, organizzato dal Green Challenge, Università Luiss.
Dogliani - 7 maggio alle 12, con Marco Pedroni, Luca Ferrua e Martina Liverani, al Festival della tv e dei nuovi media.
Pescasseroli - 20 maggio alle 17.30, nella sala conferenze del centro visita del parco in viale Santa Lucia.
Parma - 11 giugno alle 20.30, al festival Parma Etica.
Piacenza - 24 giugno alle 12, al Veg&Joy, Palazzo Ghizzoni Nasalli, vicolo Serafini 12.
Castel Maggiore (Bologna) - 24 giugno alle 18, al CondiMenti Festival, Villa Salina, via Galliera 2.
Roma - 29 giugno alle 21, nella manifestazione Lungo il Tevere.
Caccuri - 9 e 10 agosto - Tritacarne finalista al premio letterario Caccuri
Bologna - 10 settembre alle 16, al Vegan fest, Fiera di Bologna
Ferrara - 22 e 23 settembre, al Premio Estense. In finale con: Ferruccio De Bortoli, Giovanni Bianconi, Paolo Pagliaro.

E qui le presentazioni in tv, radio e sui giornali:
Matrix (Canale 5) - 25 ottobre
Corriere della sera (video intervista) - 22 novembre
Tg3 Emilia-Romagna - 14 gennaio
Agorà (Raitre) - 18 ottobre

Il Fatto quotidiano (Andrea Scanzi) - 18 ottobre
Libero (intervista) - 1 novembre
Il Foglio (Camillo Langone) - 19 ottobre
Puntarella Rossa - 19 ottobre

Lifegate - 30 gennaio
Grazia - 19 ottobre
Radio 24 (Si può fare) - 22 ottobre
Comunicazione nella ristorazione - 12 gennaio
Vegolosi - 9 gennaio
Isoradio - 5 gennaio
L'Unione sarda - 3 gennaio
Sul Romanzo - 22 dicembre
Veggie channel - 16 dicembre
Radio Radicale - 12 dicembre
Carne italiana - 1 dicembre
Compassion in world farming - 1 dicembre
Gioia - 1 dicembre
Grazia - 1 dicembre
Quante storie (Raitre, Corrado Augias) - 30 novembre
Messaggero veneto - 21 novembre
Dagospia - 5 novembre
Giornale di Brescia (intervento del presidente della Coldiretti di Brescia Prandini) - 5 novembre
Lettera 43 - 5 novembre
Il Mattino di Padova - 30 ottobre
Essere animali (recensione) - 30 ottobre
Il caffè di Raiuno - 29 ottobre
Dagospia - 28 ottobre
Radio Cusano Campus - 27 ottobre
Radio 24 (24 Mattino) - 26 ottobre
Radio Centro suono - 25 ottobre
Il Fatto quotidiano - 24 ottobre
Brescia Oggi - 22 ottobre
Brescia Oggi - 20 ottobre
RTL 102.5 - 19 ottobre
Radio 105 (La Giungla) - 19 ottobre
Radio Radio - 19 ottobre





2 marzo 2017

Animali come noi: qui tutte le puntate!

Clicca QUI per vedere la prima puntata "Cannibali", sugli allevamenti intensivi di maiali e sulla filiera del prosciutto.
QUI la seconda puntata "Speriamo che sia femmina!", sulla produzione della mozzarella di bufala e sulla fine che fanno i bufalini maschi.
QUI la terza puntata "Sorella mucca", insieme a una famiglia vegana e negli allevamenti intensivi di vacche da latte.
QUI la quarta puntata "Macello all'italiana", sul "macello degli orrori" di Ghedi e la Asl di Brescia.
QUI la quinta puntata "Il cacciatore", sulla caccia, gli allevamenti di visoni e gli animalisti.
QUI la sesta e ultima puntata "Cose mai viste", sul macello di Frosinone ANCORA aperto, il pollo del sesto piano e i terroristi di Alf.


19 dicembre 2016

La mia video inchiesta negli allevamenti di maiali!




16 ottobre 2016

Tritacarne su Brescia Oggi in vista della sentenza sul macello degli orrori!





13 ottobre 2016

Langone sul Foglio mi vorrebbe mandare al gabbio!





12 ottobre 2016

Su Grazia racconto il macello degli orrori






1 ottobre 2016

Tritacarne sul Fatto quotidiano


E qui direttamente sul sito del Fatto quotidiano.


2 settembre 2016

Il coraggio di Sara

E' passato esattamente un anno da quando, tornata dall'Iran, decisi di pubblicare un post che raccontasse le molestie subite in quel paese. Per quel post, forse lo ricorderete, dovetti subire una seconda valanga di molestie, questa volta virtuali, nella democraticissima Italia.

Ma ricevetti anche tantissimi messaggi di donne, che dopo aver letto quel post, sentivano il bisogno di mostrarmi le loro ferite aperte, di condividere con me le violenze di cui erano state vittima.

E a un anno di distanza, ho ricevuto una seconda email da una ragazza, che mi aveva raccontato di quelle esperienze terribili, che leggendole mi avevano fatto venire le lacrime agli occhi. All'epoca non si sentiva pronta per rendere pubblica la sua sofferenza. Oggi, invece, sì. La chiamerò Sara. Sara è coraggiosissima, e sa quanto sia prezioso, per chi subisce violenze, sapere che non si è sole, che ci sono altre donne che possono capirti, aiutarti. La lettera di Sara è per loro, e per tutti quelli che non sanno quanto talvolta possa essere difficile essere donna. In Iran, ma anche in Italia.

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Cara Giulia,

ho letto con molto interesse il post che hai recentemente pubblicato sul tuo blog in cui racconti in modo molto avvincente e dettagliato il tuo viaggio in Iran. Ti scrivo questa e-mail di getto e a cuore aperto, perdona in anticipo se le emozioni che proverò a trasmetterti sfoceranno in parole “brusche” o se reputerai ciò che ti racconto inopportuno e fuori luogo, ma leggere quello che hai scritto mi ha smosso qualcosa dal profondo, qualcosa che sento di voler condividere anche con te, perché donna e perché da me stimata.

La prima volta è successo alla fermata di Corso Calatafimi a Palermo, attendevo l’autobus che mi avrebbe portato a scuola e davanti a me una macchina procedeva a rilento. Da quella macchina un uomo piuttosto anziano mi fissava e notavo che con movimenti regolari toccava quello che, in base alle pochissime informazioni che possedevo, doveva essere il pene maschile. Quell’uomo si è ripresentato alla stessa ora per diverse mattine, finché un ragazzo gridandogli contro l’ha fatto andare via. Lì ho capito che quello che avevo visto durante tutte quelle mattine era “brutto”. Stesso percorso, stavolta inverso, autobus che da scuola mi portava a casa una volta terminata la mia faticosissima giornata di scuola e con il desiderio di un piatto di pasta e tenerumi fumante ad attendermi a casa. Ormai ero quasi abituata a sentire un corpo estraneo ed eretto gentilmente “appoggiato” sul sedere da chi, dentro l’autobus, approfittava della confusione dei corpi ammassati per un momento di piacere. Ma quel giorno è successo qualcosa di più, decine di persone in piedi in un afosa mattina e l’uomo accanto a me (di cui ricorderò per sempre e in modo perfetto la fisionomia) che guardando fisso il vuoto ha deciso di tirare fuori il pene dai pantaloni e masturbarsi. Ero confusa, non capivo e mi dicevo “Se tutti vedono e nessuno dice niente, non sarà poi così strano”. Nessuno ha detto nulla, ho aspettato che arrivassimo alla mia fermata, sono scesa e ho mangiato il mio piatto di pasta e tenerumi fumante, piena di vergogna e angoscia.

Nulla più per anni, questi ricordi sono rimasti delle immagini oniriche di una fantasia da bambina, da dimenticare una volta entrata nella vita adulta. Ho avuto il mio primo approccio al sesso a 12 anni perché un ragazzo di 18 aveva deciso che fosse il mio momento, sono diventata una specie di schiava, mi davo sotto la minaccia che altrimenti avrebbe detto tutto a mia madre che avrebbe pensato che io fossi una puttana. In fondo la sensazione di vergogna mi ha sempre accompagnata. Mi sono liberata dalle catene, “tra dieci anni Sara sarà tutto solo un brutto ricordo, le ferite si chiuderanno e tutto sarà lontano” mi dicevo. Oggi ho 24 anni, le ferite sono aperte ma tutto sembra lontano e sono in grado di parlarne con meno vergogna e più tenerezza nei confronti di quella bambina che prendeva l’autobus. Sono diventata grande, sono partita per un'altra città, forse anche per ricominciare una nuova vita, tra storie con uomini che mi mortificavano e insultandomi mi facevano provare quel sentimento di vergogna a me tanto familiare.

Bene, per non dilungarmi da quando sono in questa nuova città (sono ormai sei anni) mi è capitato almeno una decina di volte di assistere a scene di uomini che vedendo un pezzo di carne sentono il bisogno primordiale di tirarsi fuori l’organo genitale e darsi piacere. Uomini anziani o giovani non importa, brutti ceffi o facce anonime, si toccano all'interno di quella macchina che, evidentemente, da' loro una sicurezza pari all'intimità della loro stanza da letto, all'interno dei tram. sono anche stata seguita da uno di questi uomini in macchina che mi gridava di guardarlo probabilmente per aiutare a raggiungere l'orgasmo. Tutto questo sfogo molto personale solo per dirti, mia cara Giulia, che si, queste cose accadono a Roma, Napoli, Palermo, Milano, Canicattì e Carrapipi , che tu indossi il velo, i jeans, il pigiama o la minigonna.

Ti prego di condividere con me la nausea nei confronti di tutti quegli uomini ( e sono davvero troppi) che vedono la donna come un prelibato strumento di piacere, non curandosi del groviglio di sentimenti che la compongono. Ti prego di riconoscere che ben più grave di ciò a cui assistito in un paese che non cela di certo la sua concezione della donna come inferiore rispetto all’uomo, è ciò che accade in un Paese come il nostro in cui l’ipocrisia della parità dei sessi e della sicurezza fanno da padroni. Ti prego di aiutarmi a far sapere che queste cose esistono, che io la paura di uscire da sola la sera l’ho anche qui, ti prego di fare in modo che la prossima volta che qualcuno chieda ad una ragazza “ Succede anche a Roma o a Napoli, no?" Lei risponda “si, succede!”. Facciamo qualcosa. 

Con affetto,

Sara


2 settembre 2015

Il nostro post sulle molestie in Iran... Finisce in Iran!


E dopo tanto baccano, dove spesso si era perso il lume della ragione, il nostro post finisce sui media iraniani. Il primo si chiama Farau ed è un quotidiano vicino al regime della Repubblica islamica. Il secondo è Iran press news, che invece è contro il regime. Il primo sommariamente dice che il nostro racconto è esagerato e che in Iran non si registrano atti di molestie come quelli da noi descritti; l'articolo chiude con la testimonianza di Tiziana Ciavardini che sostiene questa tesi. Il secondo invece si limita a riportare quello che abbiamo raccontato, aggiungendo inoltre i nostri riferimenti alla condizione della donna sotto la Repubblica islamica.
Toh! Chi è a favore del regime teocratico nega che le donne in Iran possano essere molestate, mentre chi è contro denuncia che la difficile vita delle donne in Iran! Questo dibattito ricorda proprio quello avvenuto da noi!
E anche se è una goccia in un oceano, spero che la nostra testimonianza possa servire per la causa delle donne iraniane. Che vivono il regime teocratico sulla propria pelle tutti i giorni. Da 37 anni.

P.S. Segnalo qui il blog di Sanaz Alishahi, dove ha raccolto le risposte di due iraniani al nostro post sulle molestie in Iran. Le testimonianze sono di una cruda durezza. E spiegano che il problema c'è, e va affrontato.


31 agosto 2015

Una banale “viaggiatrice zaino in spalla” risponde

di Maddalena Oliva
Caro Luigi Farrauto,
da viaggiatrice a viaggiatore, ci terrei anche io a proseguire, con questo mio piccolo contributo, la riflessione da te aperta. Diciamolo subito: il mio viaggio in Iran con la mia amica e collega Giulia Innocenzi è stato uno dei viaggi più intensi e densi di significato che abbia mai fatto (e un pochetto ho girato, magari non quanto te, ma un pochetto ho girato – spesso e volentieri sola – anche e soprattutto in Medio e Vicino Oriente). Questo, in primis, perché l’Iran è uno dei Paesi, con la sua storia e cultura plurimillenarie, più affascinanti e complessi che esista al mondo. Ma non solo. È uno dei Paesi dove più si respira una dualità fra vecchio e nuovo, una transizione costante che si percepisce ovunque nell’aria. E ti senti come stessi navigando, costantemente, sull’onda prima che si infranga. La storia del Paese è famosa per momenti di grandissima apertura subito seguiti da grandissime contrazioni: e da decenni la storia sembra sempre ripetersi. E oggi l’intero Paese è stanco, disilluso, risentito e in procinto di esplodere – ancora una volta – come un vulcano. Bisogna solo capire lungo quale faglia si romperà la crosta superficiale.

La cultura iraniana – non lo dico io, ma lo scrive magnificamente Jason Elliot nel suo “Specchi dell’invisibile. Viaggio in Iran” – è «piena di concetti ambivalenti, che incuriosiscono, rendono perplesso e irritano l’osservatore esterno, che in un primo momento non riesce a interpretarli» (pensa Luigi, Elliot, vincitore del Thomas Cook Travel Book Award e autore di best seller internazionale di narrativa da viaggio che sicuramente conoscerai, dedica ampie pagine per descrivere lo stupore di fronte ai tanti nasi incerottati delle donne incontrate, e addirittura racconta dello sfinimento e delle sòle inflitte dalle trattative infinite coi tassisti piuttosto che dai panettieri iraniani!! Che ingenuo radical chic, ovviamente affetto da orientalismo, anche lui, eh…).

Caro Luigi, sappiamo bene che in Iran, come in ogni altro Paese, esistono ombre e sfumature intermedie, che «si dileguano all’avvicinarsi della fredda lama dell’analisi, solo per riformarsi subito dopo», sempre per citare Elliot. Ma l’Iran, come nessun altro Paese forse, sfugge a qualsiasi tipo di schematizzazione: sia in un senso che in un altro. Non è certo la prima volta che mi muovo da sola in Medio Oriente, ti dicevo. Non mi è mai successo alcun episodio spiacevole, mai percepita sensazione di insicurezza, mai avuta paura. L’Iran, però, non è un Paese del Medio Oriente. E a crederlo, sì, siamo state ingenue. È un Paese a parte. E negli ultimi 30 anni che piaccia o non piaccia è un regime teocratico che si appoggia a una mano militare per rendere asfittica una situazione che preme, davvero come fosse una faglia tellurica, per esplodere.

Questo lo sapevamo ovviamente anche prima di partire, ma la cultura e l’arte della Grande Persia, insieme alle persone splendide che eravamo sicure di incontrare (e abbiamo infatti incontrato, moltissime), ci hanno spinto a visitare un paese in un momento di grande transizione, per coglierne anche le tante varie sfaccettature.

Bene. Mai, e dico mai, ho pensato di interrompere bruscamente un viaggio, perché mi sentissi non al sicuro. Eppure, dopo la prima settimana, ho pensato seriamente di andare via. Giulia questo non l’ha specificato, per una questione di eleganza, ma la vittima principale delle molestie sono stata io. Le palpate al sedere certo non mi hanno mai spaventato, ma qui parliamo di ben altro. Mi sono interrogata ogni giorno (e la mia compagna di viaggio con me), quando sono passata dal riderci su, al camminare raso muro per timore, al tenere lo sguardo basso per paura di incontrarne un altro, al non uscire più, su che cazzo stessi sbagliando. Non "sbagliavo" niente, semplicemente. Ho anche solo pensato avessi un karma particolarmente negativo che stava portando quello che pensavo fosse un semplice caso – eccome se l’abbiamo pensato, caro Luigi – a quotidiana routine... (per i primi 8 giorni ho avuto episodi giornalieri spiacevoli, e quando dico spiacevoli dico spiacevoli, le palpate le escludo). Quando sono stata tirata su da un uomo che arrivava da dietro col motorino, e che provava a caricarmi col cazzo già di fuori, mi sono immobilizzata, urinata addosso (nel senso letterale del termine, perdonami la durezza del dettaglio, ma ci tengo a dirlo ai quanti, mamma che schifo, anche alle quante, provano a mettere in dubbio le situazioni incontrate, defininendole elegantemente “surreali” nella migliore delle ipotesi, o addirittura chiedendone prova fotografica) e mi sono detta: ok, accettalo, qui c’è qualcosa che non torna. e non in te.

Non è ovviamente una stigmatizzazione degli iraniani (nel post, su questo, non vi è traccia minima di questo genere di generalizzazione), ma una consapevolezza che anni e anni di libertà represse, anche sessuali ovviamente, possono produrre anche questo: un desiderio costante di appropriarsi di una cosa proibita – il corpo della donna – al netto dell’impunità totale che vige nel Paese a riguardo. E sai che cosa mi hanno detto alcuni cari amici iraniani conosciuti durante del viaggio? Che la quantità e la violenza degli attacchi ricevuti potrebbe essere facilmente riconducibile al fatto che per i miei tratti somatici, per il mio aspetto, potrei essere scambiata per una ragazza iraniana del sud del Paese. E questo potrebbe aver maggiormente legittimato le spinte di questi individui. Magari davanti a una semplice turista si sarebbero trattenuti...

Non siamo andate alla polizia, caro Luigi, non per quale strana forma di naïvité tu abbia voluto sottolineare, ma perché siamo entrate in Iran dicendo che eravamo due dipendenti di un’agenzia di viaggi, e non volevamo in nessun modo che la nostra vera professione si svelasse. Probabilmente, dicendo che siamo giornaliste, avremmo fatto un viaggio molto più “sicuro”, con un bello stringer gentilmente offerto dal regime, ma non avremmo potuto vedere molto delle cose bellissime, e delle esperienze straordinarie che ci ha regalato il Paese (tra tutte, per me, il matrimonio a cui abbiamo assistito nel piccolo villaggio di Toudeshk). Abbiamo semplicemente scelto di fare un altro tipo di viaggio, un viaggio che peraltro nasce per puro piacere, e non per lavoro. Ecco perché, al ritorno, abbiamo deciso non di farne un reportage, un articolo, un servizio tv ma un semplice post (pubblicato peraltro su un blog personale). Perché era nostra intenzione pubblicare un resoconto di episodi in viaggio per chi viaggia, ed è donna come noi: di quei resoconti che – con la semplicità di tante indicazioni contenute in una guida, o in un blog di viaggio – esponesse semplicemente, e schematicamente, quanto accaduto. Non posso credere che chi come me ha fatto di quella parte di mondo un pezzo di vita, e soprattutto il cuore della propria formazione, in fondo giudichi male chi si permette di scriverne senza farne, si può dire, una pubblicazione accademica. Come dire: se non conosci, taci. Cosa avremmo dovuto fare? Cercare di sintetizzare la storia dell’Iran in un post? Scrivere delle 20 e più dinastie che dai tempi dell’espansione araba in Mesopotamia ai giorni nostri si sono susseguite nella storia della Persia per sottolineare che abbiamo il pedigree per poterne anche solo parlare? Procedere in diagonale dal confine nord-occidentale con la Turchia alla costa sud-orientale del mare di Oman (la stessa distanza che separa Londra da Atene) prima di poter scrivere un post che si intitola, non “IL NOSTRO VIAGGIO IN IRAN”, ma “Due donne sole in Iran: quello che gli uomini non dicono”? Cosa avremmo dovuto fare? Visto che siamo giornaliste, e conosciamo l’Italia e la facilità con cui certe argomentazioni possono essere strumentalizzate, non scrivere quello che ci era capitato per non “infangare” un Paese? Il rischio delle strumentalizzazioni a cui possiamo esporci non è un rischio che corre solo chi fa il giornalista, ma tutte le persone che, a prescindere dal lavoro che fanno, non sono oneste intellettualmente. Perché è questo che conta poi davvero nella vita. Noi abbiamo scritto un post come Giulia Innocenzi e Maddalena Oliva. E tu hai risposto come Luigi Farrauto. Io non vengo a sindacare sul tuo essere esperto in wayfinding, tu però – devo dire, in buonissima compagnia – ti permetti di farlo sul nostro essere giornalista (basterebbe poi googlare un po’, e si scoprirebbero magari tante cose che eviterebbero tweet e commenti di cui poi imbarazzarsi).

Sai qual è la cosa che più mi ha colpito, Luigi? Il fatto che per le persone con cui siamo entrate in contatto in Iran – al netto di pochissime eccezioni – a fronte del racconto delle nostre disavventure (ovviamente molto edulcorate, per non urtare le sensibilità e le convenzioni di alcuno), la reazione fosse per lo più di censura, sì, la chiamerei proprio così. Un grande silenzio, gli occhi bassi, il sottolineare che sono cose che succedono ovunque, e l’argomento liquidato in 10 – e dico 10 – secondi, con l’aggiunta finale: “Per favore, quando tornate in Italia, non raccontate…”. Ecco perché anche io ho deciso di scrivere. Perché potrebbe anche essere stato un semplice caso, una semplice sfiga, oppure no… ma se ne deve poter parlare.

Se ti fai un giro sulla rete, o se leggi le tanto famose guide per viaggiatori zaino in spalla (ovviamente il capitolo della Lonely “Donne sole in viaggio” l’abbiamo consultato, ma ti ringrazio per esserti preoccupato di segnalarcelo), non c’è traccia di alcun tipo di disavventura che riguardi una donna che decide – senza accompagnamento di un uomo, di una guida, di un tour operator – di visitare il paese in solitudine. Solo dopo aver smanettato un po’ si trova un video di una giornalista olandese che riporta problemi molto simili a quelli in cui siamo incappate. Questo, secondo il mio modestissimo parere, è per due motivi: donne che viaggiano sole in Iran si contano col lumicino, ma, soprattutto, c’è sul tema una censura – se non, peggio, autocensura – fortissima. Della donna non si deve parlare. Meglio non parlare.

L'islam, come ben sai, è tutt’altra cosa. Questo non toglie però che in Iran i governanti molte volte, negli ultimi trent’anni, abbiano forzato le tradizioni dello sciismo per sottometerle alle esigenze della politica. E questo non immagini nemmeno in quanti, in questi giorni, ce lo stiano ricordando: quante donne iraniane, quanti dissidenti... ma questa è un’altra storia. E io mi sono già dilungata tantissimo.

Tutto il resto fa parte di un circo politico-mediatico a cui forse non sarò mai fino in fondo abituata, e in cui tutti, in un modo o in un altro, ne facciamo parte. Accettare in silenzio sempre, però, non si può. Specie se gli attacchi vengono da chi usa la maschera di studi in relazioni internazionali, o amicizie, o fratellanze e parentele, per insultare. Perché mettere in dubbio una violenza subita, anche solo dileggiandola, è già un insulto. Anzi: è più di un insulto.


A proposito del dibattito sul post sull'Iran: la scomparsa dei fatti

Il dibattito sollevato dopo la pubblicazione del post sulle molestie subite in Iran sta prendendo una piega surreale. Vedi questo articolo comparso ieri sull'Huffington Post:
Tiziana Ciavardini, che vive in Iran da 12 anni, dice che è "sempre stata rispettata come donna". Bene Tiziana, nessuno ne dubita, e ne siamo felici. Purtroppo, però, non tutte le donne sono state così fortunate come te. Te ne ricordo qualcuna.
Reyhanneh Jabbari, impiccata a 27 anni perché ha ucciso l'uomo che stava tentando di stuprarla. Proprio all'Huffington ha affidato il suo ultimo disperato appello in una lettera indirizzata a sua madre.
Atefeh Sahaaleh, impiccata a 16 anni per una condanna per crimini contro la castità. L'Iran ancora oggi condanna a morte chi abbia commesso crimini sotto i 18 anni, in palese violazione con la Convenzione sui diritti dell'Infanzia, che ha ratificato. Atafeh infatti aveva ammesso, sotto tortura, di essere stata stuprata ripetutamente da un'ex guardia rivoluzionaria di 51 anni. Secondo Amnesty International soffriva anche di disturbi psichici.
Razieh Ebrahimi, condannata a morte per l'omicidio del marito. Fu costretta a sposarlo all'età di 14 anni, e a 15 divenne madre. Secondo il Rapporto del Consiglio dei diritti umani dell'Onu, nel 2011 sono state 48.580 le spose bambine di età compresa fra i 10 e i 14 anni, mentre nel 2012 sono state almeno 1537 le bambine sotto i 10 anni costrette a sposarsi. L'età minima è 13 anni, che si abbassa a 9 con il consenso della Corte. A 17 anni Razieh, dopo anni di violenze fisiche e psicologiche da parte di suo marito, decise di ucciderlo nel sonno. 

Soheila Jorkesh, 27 anni, è stata sfigurata con l'acido. Stava riaccompagnando in macchina un'amica dalla piscina quando qualcuno le ha tirato l'acido. Quello a Soheila è uno di una serie di attacchi avvenuti a ottobre scorso nella città di Isfahan. Secondo il rapporto Onu, gli attacchi potrebbero essere legati all'approvazione di un piano che inasprirebbe ulteriormente i controlli sull'abbigliamento e il comportamento delle donne. Attualmente, le donne che non indossano l'hijab rischiano l'arresto da 10 giorni a 2 mesi, oppure una multa salata. Soheila ha perso la vista all'occhio destro, e oggi si sta curando a quello sinistro.
Ghocheh Ghavami, una giovane con doppia cittadinanza iraniana-britannica, è stata condannata a un anno di carcere per aver manifestato contro il divieto alle donne di assistere alle partite di pallavolo e calcio maschili negli stadi. E' uscita su cauzione.

La lista è tristemente lunga, ma preferisco fermarmi qui. E purtroppo potrebbe riguardare anche tanti altri paesi. Voglio però raccogliere un ulteriore prezioso spunto che mi consegna Tiziana Ciavardini:
La donna in Iran non è sottomessa. Le donne sono in politica, nelle amministrazioni pubbliche, portano il taxi e spesso fanno lavori che noi donne in Italia non faremmo mai. Ma di questo la Innocenzi non ha parlato.
Giusto, parliamone. Le donne costituiscono il 16% della forza lavoro. Secondo il Global Gender Gap Index for 2014 del World Economic Forum, l'Iran si è posizionato al 137° posto su 142 paesi nella classifica sulla disparità di genere. L'Italia al 69° posto (siamo messi maluccio anche noi). In Parlamento aleggia un piano che non migliorerebbe la situazione, anzi. Il lavoro, infatti, verrebbe dato con precedenza agli uomini con figli, poi agli uomini senza figli, e infine alle donne con figli.
Ma Ciavardini sembra ottimista. Dice, infatti:
Fortunatamente con il nuovo presidente Hassan Rohani stiamo assistendo a cambiamenti importanti.
Rohani è stato eletto il 14 giugno 2013. Da allora il tasso di esecuzioni è nettamente aumentato. Nel 2014 sono state effettuate almeno 800 esecuzioni, 16,5% in più rispetto al 2013. Le esecuzioni di minorenni, sempre nel 2014, sono persino raddoppiate. Già che ci siamo, ricordo che la pena di morte è prevista anche per cospirazione contro il governo, adulterio, prostituzione, omosessualità, reati legati alla droga. La lapidazione è stata reinserita di recente, nell’aprile 2013, in una precedente versione del nuovo codice penale che l’aveva omessa come pena esplicita per l’adulterio.
Tutto questo è tristemente noto, stiamo comunque parlando di un regime teocratico, ma è sempre bene ricordarlo. Anche perché è facile dire quanto sia bello l'Iran (che è vero) e quanto sia ospitale la sua popolazione (altrettanto vero).
L'Associazione delle Donne Democratiche Iraniane in Italia, ringraziandomi per il post, mi ha scritto:
tutti quelli che ti hanno attaccato non sanno che significa vivere sotto un regime dittatore fondamentalista per 37 anni!
La Ciavardini dice però di aver ricevuto messaggi
da centinaia di iraniani che non conoscevo per dirmi che si sono sentiti offesi e dispiaciuti quando hanno sentito dell'esperienza raccontata dall'Innocenzi.
Non so chi siano questi iraniani di cui lei parla. Io invece un'identità a chi mi scrive la posso dare, e rivendicare. E' quella di Davood Karimi, Presidente dell'Associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia. Che indignato da quanto letto nell'articolo della Ciavardini, mi ha scritto:
Questa signora parla di un "presidente moderato" senza elencare la violenza e il terrore che regna in Iran. Difende indifendibile. Basti ricordare le oltre 2000 esecuzione dalla sua presidenza, fra cui numerose donne e detenuti politici; oltre 50 giornalisti in carcere; numerose attiviste donne messe a tacere con pene pesantissime, come Narges Mohammadi; la sua responsabilità diretta del massacro di innocenti in Iraq, Siria e Afghanistan; aggressioni violente contro qualsiasi voce anche non politica, colpevoli soltanto di reclamare i propri diritti e stipendi (l'ultima manifestazione in ordine di tempo è quella degli insegnanti in tutte le città iraniane); divieto assoluto imposto al relatore dei diritti umani dell'Onu di entrare in Iran per verificare la situazione attuale della popolazione; spaventose scene quotidiane per le strade di impiccagioni di giovani per spaventare e fomentare il terrore tra la popolazione.
Tutto ciò Tiziana Ciavardini non lo vede. Anzi, chiede agli altri la documentazione. Alla denuncia mia e di Maddalena delle molestie subite ha risposto:
Mi sembra anche molto strano che non ci sia una foto a dare veridicità della notizia.  
Hai ragione, Tiziana. La prossima volta che un uomo mi mostrerà il pene gli chiederò se può mettersi in posa per permettermi di scattare una foto. Meglio ancora, anziché pensare a come uscire indenni davanti a un uomo che si masturba bloccandoci la via d'uscita, non mi metterò più a urlare a squarciagola, bensì tirerò fuori il cellulare. Magari ne uscirebbe un ottimo selfie.
Come mi hanno detto le Donne Iraniane Democratiche in Italia:
le donne in Iran combattono contro questo regime ogni giorno, mentre i governi lo sostengono!!!  
E' per rispetto a queste donne che tutti noi dovremmo riportare il dibattito a un minimo di serietà e di onestà intellettuale. Alla verità dei fatti. E alle vite di queste donne.


24 agosto 2015

Due donne sole in Iran: quello che gli uomini non dicono


Capisci di essere arrivata in Iran perché quelle stesse donne che, PRIMA, allo scalo di Istanbul, ti avevano stupito per gli abiti attillati su fisici scolpiti e scollature pronunciate, DOPO, sull'aereo appena atterrato a Teheran, indossano camicioni, a nascondere braccia e forme, e - con un moto sincronizzato - srotolano veli e foulard per coprire il capo.
Le due facce della stessa medaglia saranno il leitmotiv del viaggio: benvenuti in Iran.
"Benvenuti in Iran" è anche la frase che abbiamo sentito di più: nel primo taxi, preso all'aeroporto; nei saluti delle persone che ti fermano per strada anche solo per chiederti da dove vieni; dal fornaio, che ha cercato con un sorriso di rifilarci il pane per dieci volte il suo prezzo. 
Un benvenuto dalle persone, prima di tutto. Ma anche dalla bellezza delle moschee e dai palazzi degli Scià che ci hanno accompagnato durante tutto il viaggio. Purtroppo, però, abbiamo scoperto presto, e sulla nostra pelle, che non proprio tutti sono benvenuti allo stesso modo.
Abbiamo viaggiato molto tutte e due, quasi sempre zaino in spalla, e una di noi ha visitato diversi paesi in Medio Oriente. Ma le esperienze che abbiamo vissuto in Iran hanno scioccato entrambe, e profondamente influenzato lo spirito della nostra vacanza. È per questo che abbiamo deciso di condividere, pubblicando questo post, l'esperienza di due donne che hanno viaggiato sole in Iran - dispiace dirlo, la Lonely Planet è stranamente molto carente su questo punto, e neanche su internet abbiamo trovato molto - così che saprete cosa potrebbe succedere, e decidere con coscienza se partire o no. O quantomeno: come evitare esperienze molto negative.

Palpate al sedere
I bazar sono molto affollati, diventano quindi il paradiso per chi ama palpare il fondoschiena, in particolare delle donne (ma non esclusivamente!). Un uomo comincia a seguirti e a un certo punto ti tocca il sedere, per poi disperdersi nella folla. Per la prima settimana ci è successo tutte le volte che abbiamo visitato un bazar. Non può essere quindi un caso.
Inseguimenti
È capitato a Teheran, la capitale. Sempre nel bazar. Prima, una mano che sfiora la schiena. Ti giri, e dietro di te c'è un uomo che ti guarda. Dopo venti minuti, in metropolitana, ce lo ritroviamo dietro. A gesti, non fa segreto dei suoi desiderata: vuole andare a letto con una di noi due. All'inizio diciamo no diverse volte, poi proviamo a ignorarlo. Non funziona. Arrivate ai tornelli, scopriamo purtroppo che neanche quelli riescono a fermarlo: li salta aspettando di capire su che treno saliremo. Non ci è restato che chiamare la sicurezza.
Uomini che fanno mostra del proprio pene
Ci trovavamo nella più grande moschea dell'Iran, a Isfahan. L'inserviente della moschea ci dà il benvenuto e ci chiede da dove veniamo. Finita la visita alla moschea, decidiamo di sederci all'ingresso per mangiare della frutta. Passa l'inserviente che ci vede sedute lì, torna indietro e... Voilà! Ci omaggia tirando il pene fuori dai pantaloni e passeggiando davanti a noi affinché possiamo vederlo. Incredibile. Il tutto a 5 metri dalla biglietteria.
Aggressione fisica - questa è la cosa peggiore che ci è successa
Eravamo appena arrivate a Kashan e volevamo visitare delle storiche case tradizionali. Era un venerdì, giorno di preghiera, e in giro c'erano solo pochissime persone (quasi tutti uomini). Erano le quattro del pomeriggio. Un ragazzo in motorino comincia a seguirci: a ogni incrocio era lì immobile a fissarci. Giriamo in una via secondaria, sempre seguendo il nostro itinerario. Il ragazzo col motorino accelera e ci supera, poi gira da qualche parte. Abbiamo difficoltà a trovare la nuova meta del nostro pellegrinaggio, un'altra dimora storica, così decidiamo di tornare sulla strada principale. A un tratto lui si palesa alle nostra spalle e dal motorino afferra per il sedere una di noi. Poi si ferma davanti a noi bloccando la via d'uscita, e comincia a masturbarsi. Una di noi due si mette a urlare contro parolacce in italiano, avanzando con fare minaccioso, ma lui come nulla fosse continua. Così ci si è buttati su un più internazionale: "Help! Help! Help!" a squarciagola. Fortunatamente, ha funzionato.

A causa di questi episodi, non ci siamo sentite sicure per tutto il viaggio. Abbiamo deciso di non rivolgerci mai alla polizia perché non volevamo avere ulteriori problemi. Non sarebbe stato facile spiegare, in un paese dove uomo e donna prima del matrimonio non possono nemmeno sfiorarsi, tutto ciò che ci stava capitando. Lo abbiamo però detto a tutti gli iraniani che chiedevano le nostre impressioni sul paese. E "Succede anche a Roma o a Napoli, no?" è stata la reazione della maggioranza delle persone. Veramente no, non succede anche a Roma o a Napoli. Non succede così, almeno. Finalmente, in un'altra bellissima città dalle strade molto strette (= potenziale pericolo), decidiamo di prendere una guida, e chiediamo esplicitamente che sia donna. Cominciamo a raccontarle quello che ci stava succedendo, chiedendo se stessimo facendo qualcosa di sbagliato, o magari se, in quanto straniere, potessimo rappresentare un bersaglio particolare. All'inizio lei cambiava discorso. Dopo tante insistenze, alla fine risponde, eccome. Riempiendo i nostri cuori di dolore. E racconta del tentato stupro subito durante il liceo. Era mattina presto, e un vecchio che aveva il negozio in una di quelle stradine strette la prese di forza e si abbassò i pantaloni. Fortunatamente un altro uomo accorse e la salvò. Suo padre non poté fare altro che vendere casa per comprarne una nuova in un quartiere con vie più larghe. La guida ci ha confessato così la normalità della violenza e delle molestie verso le donne, quasi come fosse naturale. Potrebbe esserci successo diverse volte proprio perché una di noi sembra iraniana. Non c'è molto che si possa fare, aggiunge la guida, se non portare con sé lo spray al peperoncino, evitare vie strette e gli orari in cui in giro non c'è nessuno, anche se di giorno. Racconta di aver avuto anche diversi problemi mentre era in giro con turiste. Una volta era seduta con un gruppo davanti a un monumento. A un certo punto un gruppo di giovani in motorino cominciò a girare in cerchio intorno a loro, se non fosse intervenuto sul posto un uomo attirato da tutto quel frastuono sarebbe successo il peggio. Anche i bambini non sono immuni dalle molestie. Eravamo scioccate, ma finalmente avevamo trovato qualcuno che non provava a minimizzare i fatti, al contrario aveva condiviso con noi una sofferenza dolorosa e intima. Ed eravamo sorprese anche dal sentire il racconto di due turisti cinesi, ambedue palpati da uomini. Alla faccia dell'ex Presidente Ahmadinejad, che qualche tempo fa dichiarò che in Iran non c'erano omosessuali.

L'Iran ha ancora molta strada da fare. E non solo perché la Repubblica islamica vuole portare il flusso di turisti nel paese dai tre milioni l'anno ai venti milioni nei prossimi dieci anni. Ma soprattutto per le donne iraniane. Quelle che vivono nelle grandi città come Teheran o Shiraz piegano le regole del regime, spingendo il velo il più indietro possibile, trasformando i loro visi con un trucco pesantissimo e con una chirurgia estetica ai limiti del pacchiano (in Iran i ritocchini superano di sette volte quelli degli Stati Uniti) e accompagnandosi con uomini anche se non sono loro parenti o mariti. Ma la maggior parte delle donne che vive nei villaggi è costretta a una vita molto più repressa. Non appena arrivate nella casa della famiglia che ci avrebbe ospitato nei pressi del deserto, ci siamo sorprese: "Se siete lesbiche non preoccupatevi, potete anche unire i letti". Non è certo quello che ti aspetteresti di sentire in un paese dove gli omosessuali rischiano la pena di morte! E il nostro ospite aggiunge anche che in casa avremmo potuto girare tranquillamente senza velo. Beh, nonostante vivano in mezzo al nulla, la convivenza con turisti da tutto il mondo li avrà portati a essere aperti di mente, abbiamo pensato. Sì, finché non è arrivata l'ora della cena. Ci chiedevamo perché la loro figlia quattordicenne non cenasse con noi. Non avrà fame, ci siamo dette. Poi, mentre sparecchiavamo, l'abbiamo trovata in cucina, seduta tutta sola dietro la porta, con indosso il velo. Con noi c'erano due turisti maschi, quindi lei non poteva sedere nella stessa stanza. Per restare intatta, preservata per il suo futuro matrimonio.

È stata una liberazione togliere il velo non appena abbiamo messo piede sull'aereo che ci avrebbe riportate a casa. Non si tratta solo di essere costrette a coprire il capo, piuttosto di una sensazione costante di valere meno e di essere vulnerabili a istinti primordiali. Tutto questo diventa soffocante. Soprattutto è la consapevolezza che tu sei stata lì solo per due settimane, in vacanza, mentre ci sono donne costrette a vivere così la loro intera esistenza. Non dimenticheremo mai una ragazza che abbiamo incontrato. Stava seduta di fronte a una moschea a Kashan, con un chador che però non copriva completamente la sua faccia sorridente, mentre studiava per l'esame per la patente di guida. Stava lì in attesa di qualche turista con cui poter parlare. Aveva diciotto anni e con il suo inglese fluente ci ha fatto molte domande dirette: se per noi fosse un problema indossare il velo, e quale fosse il nostro giudizio sull'islam. Era anche molto appassionata di geopolitica. "Cosa vorresti studiare all'università?", le abbiamo chiesto. "Scienze politiche. Ma i miei genitori non vogliono, quindi studierò psicologia". Ci siamo fatte un selfie insieme e l'abbiamo salutata. Abbiamo cominciato a pensare a quante cose avrebbe potuto fare nella vita una donna brillante e curiosa come lei. Se solo fosse stata libera. Se solo avesse avuto il diritto di essere se stessa.
Giulia Innocenzi e Maddalena Oliva


L'ex Ambasciata americana, oggi chiamata Covo dello Spionaggio, con i suoi famosi murales. 
Un bazar a Teheran in un pomeriggio deserto.
Donne in attesa di salire sulla metro nelle carrozze a loro destinate: molto utili per un viaggio a prova di palpata.
Sali sulle carrozze riservate alle donne e sei salva!

Il bellissimo parco Abo-o-Atash nella parte nord di Teheran. Perfetto per rilassarsi guardando gli iraniani che fanno i picnic e i bambini che giocano con l'acqua.
Il bellissimo palazzo Golestan a Teheran.
Un ottimo ristorante nella parte nord di Teheran: buon cibo, musica speciale. Peccato che non si possa ballare. 

Ci spostavamo da una città all'altra sempre con i pullman: comodi, puntuali, MOLTO economici.
Per le vie di Kashan.
Il bazar di Kashan / 1
Il bazar di Kashan /  2
Il bazar di Kashan / 3

L'affascinante hammam di Kashan.

I tetti di Kashan.
A Kashan servirebbe qualche opera di ristrutturazione ;)
Gustando un ottimo dessert a base di riso e acqua di rose nella splendida piazza di Isfahan.

La piazza di Isfahan.
L'Iran ha il record mondiale di nasi rifatti, e ne vanno anche molto orgogliosi. Qui una ragazza che mette in mostra il cerotto frutto del suo ultimo ritocchino. 

I bellissimi ponti di Isfahan.
Il famoso Abbasi hotel di Isfahan, molto in voga anche fra la gente del posto. 

E se capitate all'Abbasi hotel, non dimenticate di provare la zuppa di tagliolini con fagioli.  Un toccasana per i poveri vegetariani perseguitati dal kebab!
Nella moschea di Isfahan.
Camminando nel deserto fra Isfahan e Yazd.
Mangiare e dormire come loro - per terra.
L'immagine di Khomeini ovunque.
Questo uccellino che guarda la piscina dalla sua gabbia ci ha ricordato simbolicamente l'Iran.
Yazd.

Le notti poetiche di Yazd.
In bici per le strade di Yazd.
Il tempio zoroastriano di Yazd con la sua fiamma eterna, che brucerebbe da oltre 1500 anni.
Yazd.
Persepolis.
Lost in Persepolis.
E' tutto in ristrutturazione in Iran, pronti per quando arriveranno le masse di turisti a scoprire questo bellissimo paese.

Le facce dei martiri della guerra Iran-Iraq sono ovunque nel paese.

La tomba di Hafez, il poeta nel cuore di tutti gli iraniani, a Shiraz.

Mai senza il selfie stick.
Questo tassista era molto orgoglioso della sua macchina inglese.

Finalmente libere dal velo sul nostro aereo verso casa!