17 maggio 2010

L'Aquila. Con i tuoi occhi

Sabato passi per l'Abruzzo, e senti un gran bisogno di vedere L'Aquila con i tuoi occhi. Vuoi capire senza intermediari, e vuoi farti un'idea di quello che stanno facendo.
La prima cosa che vedi è il Palazzo del Governo:

Qui e lì ci sono pezzi di vita bloccati, luoghi che sono andati avanti per anni, decenni, e che si congelati quella notte:

Commerci che dovevano passare da una mano all'altra, e che si sono bloccati, anche loro sospesi nel tempo:

Palazzi di cui è rimasta solo la facciata:

Gente incazzata. Sono tanti i biglietti in cui le domande di chi ha perso la propria casa sono lasciate ai passanti:



E le facce dei ragazzi ti guardano, ti chiedono giustizia e verità.

Ma il vuoto che hanno lasciato è grande, enorme. Si può toccare. Lo percepisci soprattutto in piazza del Duomo: lì, di sabato pomeriggio, puoi sentire solo la Messa, trasmessa da alcune casse probabilmente posizionate sulla Chiesa. Non riempie il silenzio, anzi, lo rende ancora più pesante.


Dopo che hai visto tutto questo, sei pronto per vedere l'albergo di tuo papà, il Duca degli Abruzzi, uno degli alberghi storici de L'Aquila. Non ricordi più dove si trovi, e comunque molte strade sono bloccate. Addirittura ti ferma la polizia, perché dice che non puoi stare lì. Ti chiedono i documenti. Spieghi che avevi trovato una via libera e sei passato: "ok, andate. Qui ci sono molti ladri, si portano via tutto. Dobbiamo controllare".
Arrivi in un bar: "Sapete dov'è il Duca degli Abruzzi?". "Il Duca. Non me lo ricordavo neanche più. E' difficile arrivarci, hanno bloccato tutto. Pietro, te lo ricordavi il Duca? E chi lo rivedrà mai più?".
Capisci cosa vuol dire quando "ti si stringe il cuore". Prosegui. Finalmente arrivi davanti a un albergo che si chiama come il tuo, ma non lo riconosci:

"Scusi, ma questo è il Duca? Sono la figlia di Innocenzi". "Vi faccio fare il giro". Del Duca si è salvata la parte vecchia, quella che non era stata ristrutturata. La parte nuova è totalmente crollata, ed è per questo che non lo riconoscevi più. Era da lì che si entrava. Un'altra parte è stata classificata "E", cioè gravemente lesionata. E' lì dove stava la sala da pranzo, l'ultimo "gioiellino" di papà. "La vuole vedere?". "Sì".


Tutto è rimasto come era stato lasciato: i tavoli imbanditi, i bicchieri i tovaglioli i piatti, e tutto è rimasto bloccato da quella notte: cocci, cocci, cocci, pezzi di soffitto sui tavoli, finestre rotte da cui entra il vento, vasi a terra. Ci sono ancora le macchie di vino delle bottiglie in terra. Da lì si vedeva il Gran Sasso, e si vede tuttora. Si vedeva L'Aquila, e anche ora: piena di cerotti, impalcature, aiuti che reggono i palazzi dilaniati.
E ti chiedi: gli aquilani potranno mai riappropriarsi della loro città, case, vie, negozi, bar, piazze?
Uscendo vedi tanti ospiti dell'albergo: sono i terremotati. Anziane signore, ragazzi al computer: sono in albergo da oltre un anno.
Vorresti fermarti a parlare con loro, fare domande, sederti al loro fianco: ma sono a casa loro, e non vuoi disturbarli.



3 commenti:

Inneres Auge ha detto...

Ti ringrazio per la testimonianza, così come ringrazio tutti quelli che non ci abbandonano

Spulci ha detto...

Giulia con poche parole e alcune immagini direi che hai colto nel segno descrivendo sofferenza e rabbia di chi si trova per uno scherzo del destino senza più un tetto. Bel post!

miriam ha detto...

Bel post: con tecniche fotogiornalistiche e un tono partecipativo hai ben reso l'idea a chi ha visto L'Aquila post-terremoto solo dalle immagini dei media. Grazie.